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Corno

Il borgo di Corno aveva poche case: quattro sulla collina principale che si vedevano una con l’altra, seppure distanti, e un’altra dietro il crinale sul bordo del Vallone delle Ortiche che era la casa di Luigino.

I proprietari le abitavano solo per un breve periodo d’estate, per le vacanze, si conoscevano tutti, ma si parlavano poco, giusto se si incontravano durante una passeggiata o nel bosco per funghi. Però si tenevano d’occhio dalle rispettive terrazze e ognuno sapeva cosa stava facendo l’altro, se preparavano la grigliata, se prendevano il sole, se andavano in giro con l’auto o avevano amici a pranzo.

La casa più alta della collina era quella di Arturo, poi c’era quella di Dante, la villetta con il grande abete era di Mario e infine quella più vicina alla strada era abitata da Adriano e la sua famiglia.

Nessuno di loro però sapeva niente di Luigino della casa del Vallone delle Ortiche – il quale ricambiava facendosi vedere il meno possibile da tutti – ma d’altra parte era un individuo insignificante, con una moglie insipida e non aveva figli.

Un giorno lo videro arrampicarsi sulla cresta della collina e pareva piuttosto agitato: gridava come se stesse chiamando qualcuno molto lontano in direzione del Vallone delle Ortiche.

I borghigiani, uno alla volta, con le rispettive famiglie lo raggiunsero.

Fu così che tutti udirono le grida che provenivano dal bosco del vallone delle Ortiche. Erano invocazioni d’aiuto non v’erano dubbi. Con un rapido quanto silenzioso accordo decisero di avvertire le forze dell’ordine.

In meno di un’ora arrivarono dalla pianura i Vigili del Fuoco, i Carabinieri, il Soccorso Alpino.

Ma da sopra il crinale non si udivano più le invocazioni di aiuto, anzi, misteriosamente si erano zittite appena furono allertati telefonicamente i soccorsi.

Il comandante dei Vigili del Fuoco non poteva però dubitare di cinque padri di famiglia e così allertò l’elicottero per sorvolare il Vallone delle Ortiche. Intanto due squadre a piedi risalirono a piedi il bosco.

L’intervento durò tutto il giorno, ma non si venne a capo di nulla. La struttura del soccorso fu smontata e ognuno ritornò alle proprie occupazioni. Anche gli abitanti di Corno, increduli e con un sottile senso di colpa tornarono mestamente alle loro case.

E il giorno seguente, che era quasi mezzogiorno, si risentirono le voci nel bosco del Vallone. Nessuno però uscì di casa: si guardavano sottecchi l’un l’altro dalle terrazze, ostentavano di essere sordi e di non sentire nulla. Luigino, il proprietario della casa oltre il crinale non si fece vedere, nonostante che fosse stato il più vicino alle grida e che certamente le udiva meglio di tutti.

Ognuno di loro pensava alla vergognosa figura del giorno precedente e non voleva passare di nuovo per un allarmista, che le forze di soccorso avevano già le loro gatte da pelare e alla malora quello stupido, perché era certamente uno stupido che faceva quegli scherzi.

Che si trattasse di uno scherzo lo si capì il giorno seguente perché prima di mezzogiorno ricominciarono le invocazioni di aiuto.

I borghigiani cominciarono ad essere nervosi e si scrutarono a vicenda dalle finestre e dalle terrazze. La casa più alta del borgo pareva deserta, ma gli altri pensarono che Arturo facesse finta di non esserci per non dare a vedere la sua preoccupazione.

Anche il giorno dopo ricominciarono le urla in tarda mattinata. Adriano da dietro le tende con il binocolo cercò di capire cosa stessero facendo i suoi vicini, ma gli riuscì di vedere movimento nella sola casa di Mario: un muoversi di tende o rari e fugaci movimento degli scuri.

Poi come tutti gli altri giorni le grida cessarono e la giornata proseguì nella sinfonia di grilli e cicale.

Adriano si svegliò presto il giorno successivo per tenere d’occhio i suoi vicini che però non accennavano ai soliti movimenti e tutte le case erano immobili e apparentemente disabitate. Diede ordine alla moglie e ai figli di non aprire gli scuri e di non uscire. Poco dopo le undici le grida di aiuto tornarono a riempire il Vallone delle Ortiche, facendo trasecolare Adriano che a forza di pensare a quelle stranezze si era persuaso che fosse giunta la sua ora. Era certo che chi in quel momento chiedeva aiuto era Mario e il giorno prima era Dante e prima di lui Arturo e Luigino.

Ognuno di loro si era lasciato corrodere dalla curiosità e si era recato nel Vallone delle Ortiche per cercare di comprendere l’arcano. Uno alla volta erano stati attirati da un’entità misteriosa e adesso non c’erano più e le loro case mute erano lì a testimoniarlo.

Attese che le urla disperate terminassero, perché tutti i giorni duravano un po’ e poi cessavano, ne parlò con la moglie e decisero di interrompere la vacanza e tornare in città. Pronti che furono i bagagli e tutta la famiglia fu in auto e l’auto accesa ad Adriano venne un senso di colpa.

S’ arrampicò pel prato della collina fino alla casa di Mario e bussò e chiamò senza risposta. Passò poi da Dante e anche qui non c’era nessuno. Infine fece il giro della casa di Arturo bussando alla porta e alle imposte che erano sprangate come quelle delle altre case.

Adriano pensò che tutti i suoi vicini avevano fatto il suo ragionamento ed erano nottetempo tornati in città. Oramai mancava solo da visitare la casa di Luigino e scese piano per il viottolo.

La moglie di Adriano spense l’auto dato che il marito tardava a tornare. Scese e percorse il viale verso la propria casa con l’intenzione di andargli incontro.

Quando fu sul crinale della collina alte e strazianti urla di aiuto le giunsero alle orecchie provenienti dal Vallone delle Ortiche.

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