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Greppismo il francescanesimo dell’alpe

In alpinismo l’evoluzione risiede nel come. Io mi sforzo di affinare la mia tecnica di arrampicata, di esercitare l’occhio, di aumentare la mia resistenza. Voglio mettere alla prova i miei progressi, e questo posso farlo nel modo migliore con una prima ascensione, con l’apertura di itinerari nuovi e arditi. Una salita è tanto più ardita quanto minore è l’impiego di materiale in rapporto alle difficoltà complessive. Molti dei più grossi problemi delle Alpi sono stati risolti. Se noi impariamo a rinunciare, la scoperta delle Alpi non ha fine. (Reinhold Messner)

Greppismo

Va fatto un distinguo delle attività che si svolgono in montagna per non rischiare di inglobarle indifferentemente nell’Alpinismo. Chi pratica torrentismo, fa semplici escursioni, arrampica nelle falesie o corre in montagna non può essere definito Alpinista. Ognuna di queste attività ha un suo nome e quasi sempre in inglese. La parola greppismo serve proprio a distinguere questo modo di andare in montagna dall’Alpinismo (col quale potrebbe esserne confuso) e piuttosto che usare la lingua di Albione ho pensato ad un etimo italiano: greppo.

La Treccani definisce greppo il fianco brullo e ripido di una altura e per estensione dirupo, scapicollo, scoscendimento, china, declivio, pendio.

La parola greppo è stata utilizzata dai maggiori poeti italiani.

Ludovico Ariosto nel ventiquattresimo canto dell’Orlando Furioso: Io me n’andai, poi che la cosa seppi, Il traditor cercando per quei greppi.

Alessandro Manzoni nel Coro dell’Atto terzo dell’Adelchi: Gli oscuri perigli di stanze incresciose, Per greppi senz’orma le corse affannose, Il rigido impero, le fami durar: Si vider le lance calate sui petti, A canto agli scudi, rasente agli elmetti, Udiron le freccie fischiando volar.

Dante Alighieri nel XXX canto dell’Inferno: quando piovvi in questo greppo

Nicola Giosafatte Biagioli nel commento alla Divina Commedia spiega l’etimo greppo: chiamasi così il ciglio o ciglione delle fosse; adunque per similitudine con le rive di quelle infernali fosse e ponendo la parte pel tutto chiama così il Poeta quella bolgia.

Non è raro riscontrare nelle parlate dell’Appennino questo termine e ce lo dimostra Francesco Guccini non a caso originario dell’Appennino Tosco Emiliano, nella sua canzone Vorrei contenuta nell’album D’Amore di Morte e di Altre Sciocchezze del 1996: O un greppe dell’Appennino dove risuona Fra gli alberi un’usata e semplice tramontana

Da notare il significato recondito che danno Manzoni e Dante alla parola greppo: Manzoni lo dichiara senz’orma intendendolo assolutamente non antropizzato e Dante lo assimila ad una bolgia infernale. Effettivamente chi si pone ad osservare il fianco ripido e dirupato di una altura perfuso di rocce e vegetazione ne ricava un senso di ripulsa: chi mai oserebbe mettere piede in quell’ambiente? Eppure sono stati proprio quei greppi i primi ad essere esplorati e percorsi dalle popolazioni di montagna per esercitarvi la caccia o per trovare l’accesso a valli o luoghi economicamente interessanti. Molto spesso ci si meraviglia di dove sono tracciati certi sentieri che sapientemente aggirano balze rocciose che dal basso sembrano insuperabili. Questo è il greppo modificato dall’uomo, addomesticato. Va dunque inteso con questo esempio e ripensando alle allusioni di Manzoni e Dante che il greppo è la porzione più selvatica e naturale della montagna dove l’uomo se ci è passato lo ha fatto per cacciare lasciando tutto intonso.

I primi greppisti

I protagonisti assoluti del greppo, i greppisti per antonomasia, sono i cacciatori. La caccia in montagna ha origini antiche ed è stata la prima forma di esplorazione dei monti, conoscenza che si è tramandata di generazione in generazione. È del tutto errato affermare che i cacciatori sono stati i primi alpinisti, gli iniziatori di quella pratica esplorativa e ludico-sportiva che oggi conosciamo col nome di Alpinismo, nonostante che proprio loro accompagnarono i primi Alpinisti tra la fine dell’Ottocento e l’inizio Novecento. Basta leggere le relazioni delle salite alle cime delle nostre Prealpi Carniche (e ripercorrerle) per incontrare personaggi come le guide clautane, abilissimi cacciatori, Antonio e Luigi Giordani. Si può senz’altro affermare allora che, come i cacciatori, anche i primi alpinisti-esploratori erano greppisti.

Questa similitudine nell’approccio ai monti tra i primi esploratori e i cacciatori loro guide, ci viene comunicata ad esempio da Arturo Ferrucci (1866 – 1955) descrivendo la sua salita alla Cima dei Preti del 6 agosto 1891: La traversata dei lastroni durò un’ora e richiese seria attenzione perché, specialmente bagnati com’erano, potevano talvolta presentare serio pericolo. Mi persuasi definitivamente dell’ottimo servizio che rendono i griffi anche sulla roccia ed ammirai altamente l’abilità del nostro Giordani che, percorsa quella via una volta soltanto, seppe guidarci, senza alcuna incertezza, anche in mezzo alla nebbia. (In Alto, Gennaio 1892)

In seguito gli esploratori seppero fare a meno dei cacciatori in qualità di guide. Uno di questi fu Lothar Patéra (Salisburgo 1876 – 1931) che in solitaria o raramente in compagnia salì molte cime delle Carniche e delle Prealpi Carniche evitando accuratamente di valicare il solco del Fella come ci fosse un tacito impegno con il poco più anziano Julius Kugy (1858 – 1944), che negli stessi anni esplorava le Alpi Giulie.

Quelli che ho qui nominato Ferrucci, Patéra, Kugy sono oggi definiti gli iniziatori dell’Alpinismo, quell’Alpinismo esplorativo che era ancora dilettantistico e genuino molto vicino al modo di salire dei montanari e dei cacciatori; più che primi Alpinisti affermo che essi furono gli ultimi greppisti.

L’oblio del greppismo

L’evoluzione della esplorazione delle montagne ha condotto l’uomo a misurarsi con le difficoltà delle pareti verticali che precludevano l’accesso ad alcune vette. Poi si è passati alle scalate dei vari versanti cercando le vie esteticamente più lineari, le direttissime, anche a prezzo di rischi e difficoltà tecniche maggiori.

Ciò che caratterizza l’Alpinismo è di demandare la propria sicurezza, per sconfiggere la paura di lasciarci la pelle, a due tecniche: una esterna, la catena di assicurazione, e l’altra per così dire corporale e cioè la preparazione fisica. Più si è forti fisicamente e capaci nelle tecniche gestuali meno è necessaria la assicurazione esterna. Uno stesso tratto in parete può essere superato da alcuni con un solo chiodo – e magari cinque metri lontano – mentre ad altri ne servono di più perché non sono sicuri delle proprie capacità. Resta il fatto che per gli Alpinisti è indispensabile avere una sicurezza esterna per migliorare quella dentro di loro. Questo metodo è definibile artificiale perché utilizza congegni inventati dalla tecnologia.

L’ideologia che esprime l’Alpinismo è ben rappresentata dalle parole di George Livanos (1923 – 2004) che disse: meglio un chiodo in più che una vita in meno sopratutto se la vita è la mia.

Dunque ciò che preoccupa l’Alpinista è la morte, la previene attaccandosi a una catena di assicurazione e migliorando le sue prestazioni fisiche. Non ci si è accorti che affidandosi alla tecnologia si è aperta la strada alla massificazione della montagna con la conseguente proliferazione di parcheggi, impianti di risalita, rifugi, ferrate più o meno adrenaliniche. Tutte infrastrutture invise agli Alpinisti che credono di essere portatori di un verbo di sostenibilità ambientale del loro gioco, ma in fondo sono colpevoli di aver sdoganato l’artificiale essi stessi.

L’Alpinismo è una truffa. Per appagare il desiderio narcisistico della conquista gli uomini si sono inventati tutta una serie di trucchi pur di vincere difficoltà sempre maggiori. Appena ci si è buttati sull’artificiale il mondo magico del rapporto puro e semplice, del confronto alla pari con la montagna è sfumato, definitivamente morto e sepolto. L’Alpinismo è una attività tipica dell’Uomo conquistatore della Natura, e la sua ideologia è stata inculcata nelle generazioni quasi come un dogma invalicabile: è così che si fa, null’altro vale di più. L’Alpinismo è dunque una tipica manifestazione della modernità.

Ci sono stati dei mal di pancia nel consesso nel mondo Alpinistico, sopratutto negli anni 60 del Novecento, di chi aveva compreso la deriva. Cito Gian Piero Motti (1946 – 1983): Con l’incremento dei mezzi tecnici si è creduto di progredire, ma in realtà non si è fatto che regredire sul piano umano. A poco a poco si è creata l’illusione di poter salire ovunque, si è creduto ingenuamente di poter aprire il territorio alpinistico a chiunque, usufruendo dei mezzi aggiornatissimi che la tecnica ci ha messo a disposizione. La stessa illusione amarissima la sta vivendo la società occidentale, la quale, credendo assai presuntuosamente di assoggettare la natura ai propri voleri, sta assistendo impotente alla distruzione del pianeta.

Ma nulla si è potuto cambiare sopratutto perché non sono state avanzate delle proposte alternative credibili.

Greppismo: l’alternativa

Il greppismo, come si faceva al tempo degli esploratori non prevede corde e chiodi per assicurarsi. Questo è il senso di rinuncia di cui parla Messner: se noi impariamo a rinunciare, la scoperta delle Alpi non ha fine.

Bisogna innanzitutto saper rinunciare alla tecnologia. Salire una montagna per un pendio, per una cresta, per un canalone, per una parete senza assicurazione esterna è un esercizio pericoloso. La forza di gravità domina la montagna: c’è sempre il pericolo di cadere o di essere travolti da neve, ghiaccio, pietre che si staccano. Insomma si tratta di esporsi a rischi oggettivi e soggettivi.

I rischi oggettivi non sono calcolabili, nonostante tutte le precauzioni che si possono prendere resta sempre un margine di pericolo che non possiamo prevedere. Voglio dire che sebbene si cerchi di uscire nelle giornate migliori, in assenza di neve, ghiaccio, con roccia ed erba asciutta ecc., può sempre esserci in alto un camoscio, uno stambecco o un escursionista che fa rotolare qualche pietra e generare una scarica mortale. D’altra parte chi ci può garantire di non essere travolti sulle strisce pedonali da qualche autista distratto?

I rischi soggettivi invece sono tutti prevedibili, ma bisogna avere una sincera conoscenza di sé. Innanzitutto dei propri limiti. Non si può barare con le capacità fisiche, non bisogna spingersi allo stremo delle forze, deve sempre rimanere una riserva di energie per qualsiasi eventualità. Perciò è importantissimo l’allenamento. Vanno presi in considerazione anche i limiti tecnici di arrampicata: la massima difficoltà che riesco a superare e sulla quale riesco anche a scendere sarà il mio limite tecnico. Potrei osare di più con qualche artificio tecnologico di cui parlerò nel capitolo seguente.

Il coraggio di tornare indietro

Non sempre si possono valutare dal basso le difficoltà presunte che oppone la montagna e può certamente capitare di non essere più in grado di continuare la salita. La rinuncia è una delle armi fondamentali per eludere i rischi soggettivi. Saper rinunciare è un valore salvavita. Si deve, ogni qualvolta necessita una decisione, un’azione, chiedersi se questa riguardi il momento che viviamo o un ipotetico futuro; spesso ciò che ci spinge oltre il consentito è il miraggio di una condizione futura appagante, tipo il raggiungimento di una meta agognata da tempo o l’orgoglio di riuscita che ci pare migliori la considerazione che hanno gli altri di noi. Competizione, conquista, ambizione, narcisismo, successo, orgoglio, rivalsa, emulazione, vanagloria, egocentrismo, onore sono sentimenti che non si devono prendere in considerazione quando necessita una decisione in caso di probabile o presunto pericolo. Ciò a cui invece si deve dar retta è la paura, il disagio, l’insicurezza che ci prende in tali occasioni. Quelle sono sensazioni presenti nel momento, attuali, impellenti, mentre i risultati presunti dell’insistere nel procedere, seppur ambrosia e nettare, sono solo ipotetici e celano l’inganno perché trattasi di futuro e in quanto tale incerto.

L’unico futuro certo è la morte!

A questo proposito è necessaria una disquisizione sulla morte per comprendere quello appena esposto. Oggi il modello sociale che prevale è quello della eterna giovinezza e salute, dove non c’è spazio per il dolore e la sofferenza. La medicina e la tecnologia ci regalano l’illusione dell’immortalità, quindi pensare alla morte resta controtendenza. In sostanza oggi si delega questa problematica alla scienza e alla tecnologia: per intenderci la morte viene relegata negli ospedali o spettacolarizzata dai media (che è ancora peggio); questo ci priva di una necessaria componente culturale, dove per cultura non s’intende la mera conoscenza delle cose, bensì un modo di porsi nel quotidiano e nel reale con sé e con gli altri.

Se fossimo tutti coscienti di avere un tempo limitato non esisterebbero sopraffazioni, accumulazione di risorse, indifferenza verso il prossimo, conflitti, discriminazioni.

Per la maggior parte degli individui la morte rappresenta un evento che, nonostante la sua inevitabilità, si tenta di fuggire, inserendosi freneticamente nel turbinio della vita, vivendo frettolosamente il tempo presente e proiettandosi di gran carriera in quello futuro, con una miriade di progetti da realizzare. Quest’atteggiamento, tipico della società cui apparteniamo, contiene un grande paradosso: più l’uomo corre per sfuggire alla morte, più le va incontro.

Per comprendere la morte abbiamo bisogno di capire la vita e per acquisire consapevolezza della nostra esistenza occorre passare attraverso l’accettazione di un limite: la finitezza della vita. Accettare la morte come limite naturale dell’esistenza aiuta a valorizzare maggiormente la vita. Dare il giusto senso alla morte aiuta a divenire più coscienti della propria esistenza, un’esistenza che accetta la gioia ma anche il dolore e la perdita.

Vita e morte sono dunque strettamente collegate e non v’è l’una senza l’altra.

Bisogna avere il coraggio dell’angoscia per il nostro destino, la sola che ci pone davanti a noi stessi in modo autentico, facendoci comprendere che la morte non ha solo una certezza empirica, derivante da un calcolo statistico dei casi di morte registrati, ma che essa è la possibilità suprema dell’uomo, insuperabile, possibile ad ogni attimo, quindi certa.

Se la nostra morte, pur certa, non possiamo sapere come viverla, affrontarla, poiché esula dalle nostre previsioni, e può capitare in ogni istante, cogliendoci impreparati, possiamo però spendere al meglio il nostro presente, l’esserci, che è la vita ed è l’unico tempo a cui possiamo dare un indirizzo e farne buon uso.

Ecco dunque i due elementi fondamentali per capire la morte: consapevolezza del proprio limite naturale e intensa dedizione al presente del nostro esistere. L’insieme di queste due idee è la vera libertà, affrancamento dalle paure e dalle inutili istanze che sommergono l’essere umano in questa nostra società.

Aldilà delle motivazioni filosofiche che aiutano a salvare la vita ci sono anche buone pratiche che il greppista può mettere in atto in previsione di una eventuale ritirata fermo restando che non si dovrebbero superare i propri limiti tecnici e quindi salire solo dove si è certi di poter scendere. Siccome questa autovalutazione delle proprie capacità potrebbe non essere precisa si può portare nello zaino uno spezzone di corda per effettuare, al bisogno, qualche metro di calata. A questo proposito vanno osservati attentamente i luoghi dove si passa e, in funzione di eventuale ritirata, memorizzare la presenza di punti di ancoraggio per la corda doppia.

Attenzione però allo stratagemma di portarsi una corda: aiuta notevolmente dal punto di vista psicologico e potrebbe indurre il greppista a superare i propri limiti in arrampicata. Sebbene la corda “utilizzata” in questo modo non è paragonabile a come la si usa in Alpinismo, potrebbe generare delle situazioni di pericolo, inducendo il greppista ad osare di più. Sta all’intelligenza del greppista agire in coerenza e anche in sicurezza, decidere cioè di seguire le poche, ma stringenti regole del greppismo, ed ammettere la corda solo per ragioni di preservazione dell’incolumità personale e non dare a questa una funzione di facilitazione dell’arrampicata.

Qui il confine è evidentemente sottile: porto la corda perché non si sa mai, ma sono pure consapevole di avere nello zaino uno strumento che mi induce ad osare di più e migliorare le mie prestazioni. Il buon senso dice – ed è vero per tutte le invenzioni umane – che servirsi degli artifici è buona cosa, esserne schiavi è deprecabile.

Qualcuno potrebbe obbiettare che se si ha la corda nello zaino il greppismo non si discosta molto dall’Alpinismo. Voglio dire a costoro – parafrasando Paul Preuss (1886 – 1913) che se cadi facendo Alpinismo resti appeso alla corda mentre se cadi in assetto da greppista, con la corda nello zaino, sei morto! E solo questo aspetto fa un’enorme differenza.

Sempre Preuss diceva che il chiodo da roccia va considerato come un espediente di fortuna e non come un mezzo per conquistare le montagne. Il greppista non è bello e puro ad ogni costo, deve indulgere a qualche tecnicismo moderato per preservarsi in salute. Anche qualche chiodo, il martello e l’imbrago nello zaino possono servire comunque sempre e soltanto per la discesa. I ramponi non completi a sei o quattro punte sono consigliati per i percorsi su erba ripida. Chi ama particolarmente la roccia potrà portare con sé le scarpette di aderenza e indossarle alla bisogna.

Quello dunque che caratterizza maggiormente il greppista è l’ascesa in libera. Ciò non toglie che i particolarmente dotati possano fare a meno delle attrezzature anche in discesa; non siamo tutti uguali, come dirò più avanti la difficoltà è puramente soggettiva: dove io non passo qualcun altro più bravo di me passerà. Ma proprio per questo motivo insisto nel dire che non si dovrebbero superare i propri limiti tecnici e quindi salire solo dove si è certi di poter scendere.

Sempre e comunque, dato che si sale su terreni ignoti potrebbe essere necessario lasciare qualche segno provvisorio del proprio passaggio per facilitarsi la discesa: ometti di pietre e fettucce di stoffa esclusivamente di materiale biologico sono espedienti di sicurezza.

Greppismo nuovo francescanesimo dell’Alpe

Ai più acuti non può sfuggire che con questi presupposti le grandi imprese gli exploit sulle grandi pareti non si possono certo fare. Tutto quel bordello di cose a cui ci ha abituato l’Alpinismo sono per l’appunto proprie dell’Alpinismo e il greppismo non si sogna nemmeno di raggiungere quei traguardi: si tratta di altra cosa che non ha bisogno di uomini grandi e di imprese eccelse, è un modo di vivere la montagna umano alla portata delle capacità di ognuno al quale non gli si chiede nulla se non, attraverso la montagna, crescere in personalità e conoscenza di sé.

E qui ci sta ancora una volta il senso della rinuncia dichiarato da Messner: rinunciare alle grandi imprese alle grandi montagne con nomi e quote che i media osannano e che la cultura imperante ci obbliga assurdamente a salire per avere un curriculum da usare solo per smarcarsi dalla massa dei piccoli uomini come li definiva Giusto Gervasutti (1909 – 1946). Con queste prerogative di rinuncia il greppismo può essere assimilato al francescanesimo, proprio perché riesce a trovare fonte di gioia spirituale e materiale in quello che la debolezza umana ritiene essere una vergogna, cioè la fragilità dell’essere. La similitudine con la spoliazione degli averi del Santo di Assisi e il suo immergersi nella Natura, simboleggiata dal lupo ammansito, non può sfuggire al lettore di queste righe. Non si tratta di dare al greppismo un connotato religioso, ma di affermarne la semplicità d’approccio al mondo naturale, ponendosi alla pari, fondendosi in un tutt’uno come già teorizzato da Henry David Thoreau (1817 – 1862) e realizzato dai movimenti hippy a lui ispirati.

L’uomo sente inconsciamente l’appartenenza al creato ed è motivato all’incontro con la Natura. Purtroppo, come nel caso dell’Alpinismo e di tante altre attività, l’uomo esprime sul mondo naturale la sua pretesa superiorità assoggettando gli elementi con la sua indiscutibile intelligenza e inventiva.

Oggigiorno è tanto necessaria una cultura nuova di approccio alla Natura perché siamo sull’orlo di un innegabile cataclisma ambientale. Solo attraverso la piena consapevolezza che ogni nostro gesto può complicare o migliorare le cose si costruisce il nucleo di civiltà necessario per dare una direzione diversa agli eventi futuri. Non si tratta di utopismo, ma di concretezza immediata.

Il greppismo in sé ha questa concretezza perché è libero e povero. È l’atteggiamento che conta, il modo di essere fa cultura. Non è tanto nell’impatto ecologico che ci guadagna l’ambiente dalla crescita dei greppisti, ma è l’indirizzo umano e civile che il greppismo offre a creare una nuova idea di percepire la Natura che non è più utilizzo, ma vita in simbiosi.

Questa nuova vita naturalis va abbracciata come fece Francesco d’Assisi con la sua povertà volontaria, declinando tutto ciò che la cultura imperante dell’Alpinismo ci ha inculcato, rifiutando sopratutto il censo, lo stato sociale che l’Alpinismo ha generato e ancora porta con sé a tutto vantaggio, tra l’altro, dei profitti delle imprese.

La difficoltà

La difficoltà degli itinerari è soggettiva e come già anticipato il greppista deve impegnarsi su itinerari dove riesce anche a scendere. Oggi si utilizzano per l’Escursionismo e per l’Alpinismo delle misure puramente teoriche e astratte; non è possibile che una scala di valori possa qualificare la salita e anche il salitore. Anche qui il modello propugnato è mistificatorio e si presta a critiche e distinguo che non fanno altro che aumentarne l’incomprensibilità. Si crede, in sostanza, che gradando le difficoltà degli itinerari si selezionino i salitori.

Per fare un esempio se mi aiutassi in un passaggio afferrandomi a un ramo di mugo non si può dire che quel passo sia in artificiale (A0) perché ciò presuppone un artificio tecnologico per passare (un chiodo, una staffa, ecc.), mentre il ramo di mugo è assolutamente naturale. Come altro lo possiamo definire quel passaggio? Coi gradi dell’Alpinismo? Con quelli dell’Escursionismo?

All’apparenza un passaggio così non sembra difficile, ma anche questa è una valutazione fatta a spanne che dimentica la soggettività. Infatti su un passaggio del genere affrontato da otto greppisti durante la prima ripetizione della Cresta ovest di Lastre di Peschis (1871 m), aperta dallo scrivente a da Ruggero Petris nel 2011, due soli sono passati in libera e tutti gli altri hanno voluto la corda dall’alto.

C’è poi da dire che la difficoltà viene presa come misura di valore dello scalatore: più è alto il grado più è bravo. Queste sono valutazioni sportive che dimostrano la competitività e con questa la soddisfazione di primeggiare ed emergere. Il greppismo proprio perché esplicazione e manifestazione di un profondo attaccamento alla Natura ha in sé la sua stessa soddisfazione, non ha bisogno di gratificazioni al di fuori della sfera personale. In questo contesto dunque parlare di difficoltà è inutile e fuorviante. Piuttosto val la pena di sottolineare, per terminare questo argomento, che il greppismo, così come era ai tempi dei primi esploratori, cerca sempre le vie più facili che offre la montagna.

Questa è la rivoluzione!

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