Il mio corpo sa cosa fare

Se mettessi per terra una tavola larga trenta centimetri e lunga quindici metri avreste qualche difficoltà a camminarci sopra? E quale sarebbe la vostra reazione se mettessi la medesima tavola tra due edifici in modo che vada dal quinto piano dell’uno al quinto piano dell’altro?

Milton H. Erickson

Il corpo sa tutto quello che deve sapere. Non ha bisogno di imparare niente da noi. Se potessimo capire questa semplice relazione che esiste tra il pensiero e il corpo, allora probabilmente lasceremo il corpo funzionare da solo. Il pensiero può soltanto creare problemi, non può aiutare a risolverli.

Uppaluri G. Krishnamurti

 

Devo saltare. Qui è il punto più stretto, più in giù il crepaccio s’allarga e in alto le pareti diventano verticali e lisce. Devo mettere il piede sinistro sul limite del baratro, atterrare con il destro in quella concavità, saranno due metri a occhio, subito mi devo afferrare con le mani: c’è ben poco per aggrapparsi, ma se il piede di arrivo mi tiene, basta un minimo appiglio per recuperare l’equilibrio. Ci vorrebbe la rincorsa, però qui non è possibile.

Cosa vuoi che sia questa distanza tra i due labbri del crepaccio, ne ho saltati di fossi da bambino anche più larghi! D’accordo: allora se sbagliavo finivo in acqua. Qui andrei a fracassarmi sul fondo del crepaccio; saranno quindici, venti metri, sufficienti per morire sul colpo.

Dubito di riuscire.

Torno indietro?

Ripercorro con la memoria la strada fatta e mi accorgo che tornare indietro può rivelarsi un azzardo più pericoloso di questo salto. Devo dunque proseguire.

E più avanti come sarà? Cosa mi riserva questa parete? E se ci sono altre sorprese come questa? Se faccio questo salto e poi trovo un ostacolo insormontabile? Resto incrodato e devo chiamare il Soccorso Alpino. Ah già: il telefono qui non prende.

Sono ben messo! Ogni volta è così. Su questi percorsi che m’invento finisco sempre per trovarmi in penosa incertezza, con tutto un assillo d’emozioni.

Devo saltare, ma ho paura.

Tornare indietro?

Uh!

Quella paretina sul lato del canalone con ghiaino sugli appoggi potrebbe essere micidiale in discesa; l’ho passata col cuore in gola salendo: a ritroso è un bel rischio. E poi più sotto quelle placche bagnate: cavolo, al solo pensare di metterci piede in discesa mi vengono i brividi. Più in alto è tutto un mistero. Sento di essermi infilato in un bel guaio.

Devo saltare.

Se non riesco a portare il piede sulla concavità, pianto la faccia sulla roccia e finisco nel baratro: garantito! Cazzo, non mi va di crepare qui! Venti metri di volo: mi sfracello! Il Soccorso Alpino? Nei fossi, a volte, ci cadevo dentro. Il piede sinistro di lancio. Che diavolo di incognite più sopra? La paretina sul lato del canalone. Mi spiace non arrivare in cima. Mi tocca di morire qui. Luisa che piange, mia mamma che piange: lo aveva sempre detto la mia mamma che prima o poi… Il telefono: fanculo il telefono. Le placche bagnate: come cavolo le ho passate salendo? Più sotto il crepaccio è più largo, in su non si va.

Strizzo gli occhi e scuoto la testa: devo vincere tutte queste paranoie. Anzi devo uscire da questo atteggiamento mentale: non devo utilizzare l’immaginazione: pensare ad un improbabile futuro è inutile e mi sta bloccando. D’accordo: ho paura, ma assodato ciò devo spostare la mia attenzione su quello che devo fare per venirne fuori.

In fondo, questo crepaccio di due metri ha l’identica dimensione di un fosso, di un facile fosso da due metri. (Scorre l’acqua a lambire il mio scarpone e le rive sono verdi d’erba).

E allora concentrazione, concentrazione, concentrazione. Il mio corpo sa cosa fare. Devo lasciarlo al suo compito.

Concentrati sul salto, prepara il piede, molleggia le ginocchia, senti i muscoli, indietreggia col busto per sfruttare lo slancio del tronco, mima il salto, guarda il punto d’arrivo, dove aggrapparti, respira forte.

Ce la fai, sì che ce la fai.

Respira, forza, dai, respira…

Adesso: salta!

 

 

Questa storia partecipa al concorso per divulgatori di montagna 2018

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