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La differenza

L’Alpinista conosciuto dall’opinione pubblica è un individuo che affronta difficoltà portentose in luoghi mitici e lo racconta in tv sui libri nelle conferenze. Esiste una moltitudine di altri che non giungono mai a quel livello, ma si fanno le loro amate cose senza rompere più di tanto. Quello che caratterizza tutta questa categoria è di demandare la propria sicurezza, per sconfiggere la paura di lasciarci la pelle, a due tecniche: una esterna, la catena di assicurazione, e l’altra per così dire corporale e cioè la preparazione fisica. Più si è forti fisicamente e capaci nelle tecniche gestuali meno è necessaria la assicurazione esterna. Uno stesso tratto in parete può essere superato da alcuni con un solo chiodo – e magari cinque metri sotto – mentre ad altri ne servono di più perché non sono sicuri delle proprie capacità. Resta il fatto che per queste persone è indispensabile avere una sicurezza esterna per migliorare quella dentro di loro. Questo metodo al mio paese si chiama artificiale perché utilizza congegni inventati dalla tecnologia.

Gratta, gratta, in fondo, in fondo, l’ideologia che esprime l’Alpinismo è quella di George Livanos che disse: meglio un chiodo in più che una vita in meno sopratutto se la vita è la mia.

Dunque ciò che preoccupa l’Alpinista è la morte. La previene attaccandosi a una catena di assicurazione e migliorando le sue prestazioni fisiche.

Esiste però un altro modo di affrontare il pericolo di morire: fare solo quello che si è in grado di fare.

Per sapere quale sia questo nostro limite bisogna assolutamente fare a meno della catena di assicurazione esterna. Se provando questa tesi alla fine capiremo che siamo fatti solo per camminare sui prati, e nemmeno tanto ripidi, quello è il nostro limite. Se invece saremo in grado di arrampicare sul quarto slegati e ci caghiamo sotto dalla paura, ugualmente quello sarà il nostro limite.

Conoscere i propri limiti in montagna è una questione culturale: chiedetelo al Soccorso Alpino! Questa cultura che dovrebbe esserci, che le associazioni e gli attori principali della montagna dicono di voler diffondere, sono invece banalmente, sempre, contraddetti dalla proposta di utilizzo migliorativo della catena assicurativa esterna.

Il greppista è colui che della conoscenza dei suoi limiti ne fa una filosofia. Il greppista che affronta la montagna in modo esplorativo deve, mentre prepara un progetto di salita, chiedersi se è alla sua portata, sciorinare i propri timori e valutare attentamente, anche con l’impiego di uscite preparatorie, tutti i pericoli e le opportunità. Si sa che ogni cosa non si può prevedere e dunque è bene per chi parte per terreni e situazioni ignote che si porti dentro il timore di perdere la vita. Ogni passo e ogni sua azione sarà condizionata dal pensiero della morte. Quando la sera sarà di nuovo nel suo letto scoprirà di aver vissuto intensamente proprio perché accanto a lui per tutto il giorno c’era la morte.

Quanti possono dirsi consapevoli dei propri limiti? Chi pratica l’Alpinismo no di certo! O meglio: quando tirano fuori la corda dallo zaino sono arrivati all’estremo delle loro capacità. Per assurdo gli Alpinisti sono bravissimi salitori di zoccoli dove normalmente non si legano.

La sicurezza nel greppista è dentro di sé. Sta nel conoscersi, nella sincerità, nell’accettazione dei propri limiti e delle paure. Questa è una modalità umana di confrontarsi con la montagna. Ciò che invece ci propone l’Alpinismo sono le grandi difficoltà, le sfide apparentemente impossibili, salvo poi compierle con grande e sapiente uso delle catene di assicurazione esterna. Insomma l’Alpinismo sa molto di artefatto e come tale indifendibile dagli interessi commerciali, perché già porta in sé il peccato originale di non essere puro, di essere una mistificazione.

I movimenti, sepolti o viventi, di Roccia Continua, Nuovo Mattino, Alpinismo Molotov ecc., ecc., non possono dare una svolta all’Alpinismo fin che accetteranno l’aiuto artificiale della catena di assicurazione esterna. Solo un cambiamento radicale come il greppismo è in grado di riportare a livelli umani l’arrampicata con buona pace delle grandi imprese tanto inutili quanto false.

2 Risposte a “La differenza”

  1. Sono d’accordo, ma la vera impresa qui è quella di far capire questo concetto senza essere lapidati dai vari campioncini che difendono il loro primato sportivo. complimenti, fa veramente rabbrividire vedere quel ciccio in parete…

  2. Tutto bello e vero. Pero’ qualche volta sui singoli passaggi è meglio assicurarsi che rischiare inutilmente. Anche un banale secondo grado esposto puo’ essere fatale per mille motivi, una scivolata sul bagnato, un sasso mosso dall’alto, un appiglio che si stacca. In quel momento è inutile qualsiasi conoscenza di se stessi, qualsiasi allenamento, qualsiasi purezza. Se sei assicurato ti fai male ma sopravvivi , altrimenti no. E’ un po’ come quando si indossano i ramponcini da loppasui pendii ripidissimi, Perchè , in nome della purezza preussiana non affrontare i canaloni erbosi a scarponi nudi, senza ramponcini. Semplicemente perchè non è sicuro. L’assicurazione serve, anzi è necessaria. Basta non esagerare.

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