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Monte Cornaget per cresta ovest

Questa è una via che merita di divenire una classica di greppismo. Non è una via alpinistica, per carità, non confondiamo la merda con la cioccolata!

Il modo più etico di andare in montagna è l’escursionismo se non fosse viziato dalle segnalazioni e dalla soppressione del primo grado attraverso l’uso di corde fisse nei passaggi più arditi. L’escursionismo che si esplica al di fuori dei percorsi preordinati, che affronta i pendii ripidi e scoscesi (il greppo in italiano) è la forma più semplice e quindi più pura e alta di confronto con la montagna.

L’Alpinismo è altra cosa. È la ricerca del sempre più difficile per soddisfare l’istinto dell’uomo che se non emerge dai propri simili sembra che la sua esistenza non abbia scopo. L’Alpinismo si porta dietro questo retaggio culturale creato ad arte tra le due Guerre Mondiali del Novecento dai nazionalismi con la retorica dell’uomo (sempre maschio) forte ed eroico. La creazione di questo super individuo ha dovuto tener conto delle debolezze umane e quindi è stato aiutato dalla attrezzatura artificiale. Pur di eccellere e di superare difficoltà e paure ci si è inventati la progressione in cordata che è stata generatrice dei chiodi a pressione e delle ferrate. Non fa alcuna differenza superare una difficoltà piantando un chiodo o uno spit o attrezzandola di brutto con corde fisse d’acciaio: il concetto di fondo è quello che allo scalatore serve qualcosa per andare oltre ai propri limiti. L’Alpinismo è dunque al di sopra delle righe, irrispettoso dei limiti umani e irriguardoso verso l’ambiente che viene trattato come un campo da gioco dove espletare le funzioni di super uomo ed eleggersi al di sopra della massa.

Paul Preuss che tentò di opporsi a queste tecniche fu aspramente criticato e ancora oggi degno solo di qualche sorrisino irriverente. Invece per chi oggi non vuole essere condizionato dal pensiero imperante trova nella filosofia di Preuss un valido programma di vita.

Noi greppisti non siamo degli scalatori sportivi, non ci interessa la difficoltà fine a se stessa, non ci interessa primeggiare. Crediamo fermamente in una crescita personale attraverso la montagna senza imbrogli e artifici. Sposiamo in pieno il pensiero di Preuss che riporta l’uomo alla sua umanità, con le debolezze e le insicurezze.

Preuss scriveva:

Oggi le montagne sono vinte con l’aiuto della corda e dei chiodi: un po’ dappertutto si possono vedere persone penzolare da pareti completamente lisce, intere montagne vengono scalate con manovre di corda. Eppure l’esperienza insegna che molti di questi passaggi possono essere superati in arrampicata libera; in caso contrario, tanto vale non intestardirsi in insulsi tentativi. Anche il chiodo da roccia va considerato come un espediente di fortuna e non come un mezzo per conquistare le montagne. Non sarò io a negare che certi scalatori moderni subiscano entro certi limiti il fascino del rischio. Mi sembra però che il pensiero: se cado, resto appeso a tre metri di corda abbia moralmente meno valore dell’altro: una caduta e sei morto!

Relazione

Dietro la Casèra Settefontane in Val Settimana qualche metro a sinistra dell’ex sentiero C.A.I. 391 che scende al torrente, si imbocca una debole traccia che ripidamente inizia a salire la Costa dei Madras. La traccia si tiene pressapoco sulla cresta prospiciente il torrente Ciol di Sass fino a un pianoro a circa quota 1400 m e da qui si prosegue sul crinale, meno ripido, schivando i numerosi schianti.

In vista delle prime rocce del crinale ci si sposta a destra rimanendo ai piedi delle rocce finché terminano e si può ripidamente tornare sulla cresta (ricoveri sotto roccia). Si prosegue in cresta occupata dai mughi per guadagnare un cimotto collegato alla cresta principale da una selletta che sulla destra ha un precipitoso canalone. Oltre la selletta si sale poco (non salire verso la cresta) traversando fino ad uscire su dei prati alla base delle pareti.

Qui parte un’evidente cengia che conduce sulla cresta principale a circa quota 1675 m da dove si ha visuale sulla Forcella Savalòn, Cimòn delle Tempie e Cima Settimana.

Ancora in salita sulla cresta con qualche mugo fino a giungere in un punto dove pare impossibile proseguire: si piega a destra per roccia con un breve passaggio esposto si torna a prendere il filo di cresta. Un successivo salto si evita a destra per una breve trincea tra massi.

Prima di giungere alle pareti soprastanti che paiono insuperabili, un ultimo dente di cresta va aggirato sul lato nord per la parte superiore di una liscia placconata entrando in un breve canale che permette di ritornare sul tavolato di destra alla base di aggettanti pareti giallastre. Salito il tavolato con ghiaie mobili si aggira lo spigolo della parete giallastra imboccando una cengia che porta dentro un colatoio caratterizzato da un masso incastrato bianco.

Si scalano per fessure le rocce a sinistra del masso incastrato bianco per giungere all’altezza di un secondo masso incastrato grigio al quale si deve passare sopra con arrampicata su pareti quasi verticali e saltando un crepaccio. Oltre il masso grigio un breve canale riporta in cresta (fine delle difficoltà) e questa va risalita a lungo fino in vetta.

Ore 5. Difficoltà II+.

La discesa si effettua da Forcella Savalon lungo il Ciol di Savalon stando a sinistra di un colle che divide in due il vallone e poi raggiungendo il canalone scolatore quando quello percorso confluisce su quello che scende rasentando le pareti.

Un breve tratto sulla sinistra del canalone (belle pozze e cascata) fino ad entrare a sinistra in un bosco misto di larici e faggi. Giù per il bosco stando sempre vicini alla sponda del canalone fino ad entrare nel canalone stesso che da sotto le pareti piega a sud e taglia in due il bosco. Oltrepassato il torrente si sale sulla sponda opposta e si discende il bosco senza via obbligata intercettando in fondo la strada della Val Settimana.

Ore 8.

In questa salita c’è tutto il greppo: ripido bosco iniziale con scarse tracce di animali, cenge sotto roccia, cresta rocciosa affilata, paretine, crepacci da saltare, canaloni da discendere senza finire in salti insuperabili.  C’è anche la filosofia del greppista: cercare la via più semplice e dove non lo è misurarsi con le proprie capacità salendo dove si è in grado anche di scendere.

E, a parte la relazione qui sopra, non c’è un taglio, un ometto e men che meno un segnavia colorato. In modo tale che chiunque ci voglia provare trova il terreno vergine tal quale lo abbiamo trovato noi e possa vivere appieno la sua avventura.

5 Risposte a “Monte Cornaget per cresta ovest”

  1. che grande avventura Giorgio. Complimenti. Mi sarebbe piaciuto davvero viverla questa salita. Una curiosità. A quale grado fai partire la qualifica di difficoltà alpinistiche? II+ mi sembra al limite.
    A presto. Ciao
    Andrea Bruno

    1. Per un greppista utilizzare i gradi alpinistici è un controsenso, ma non esistono scale diverse comprensibili al grande pubblico. Forse ha ragione il Mitch che segnala le difficoltà con la lettera R (Rangiarse).

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